Parità di genere: quanta strada ancora da percorrere

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07/03/2025



Non basta l'8 marzo

Come ogni anno, in occasione della giornata internazionale della Donna, ci troviamo ad analizzare quanta strada ci sia ancora da percorrere per arrivare ad una vera e assimilata parità di genere.

Ad oggi, dobbiamo ancora constatare che in Italia agiscono più le norme che non una crescita culturale di reciproco riconoscimento della persona, sia essa donna o uomo.

E le norme, pur concepite con buoni intenti, nella loro interpretazione ed attuazione possono diventare esse stesse discriminanti o ghettizzanti se non inserite in un ragionamento più ampio e inclusivo.

La stessa INPS, nel suo recente Rendiconto, conferma il permanere del gender gap nel mondo del lavoro. Il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello maschile di quasi 20 punti, le donne vengono frequentemente impegnate con contratti precari o forme di part-time involontario, gli stipendi sono più bassi di oltre il 20% ed è raro che le lavoratrici diventino quadri o dirigenti. Questo nonostante un livello d’istruzione mediamente più alto. Il tema scelto per l’anno 2025 si concentra, tra gli altri, sull’ISTRUZIONE come strumento indispensabile per il raggiungimento di una vera parità di genere.

L’istruzione

L’istruzione è lo strumento attraverso cui è possibile affrontare tante criticità sociali, culturali ed economiche che affliggono il nostro Paese, pur consapevoli delle grandi difficoltà attuali.

Nel Rendiconto di genere 2024, curato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS, sono state analizzate molte tematiche, dettagliate anche per genere, tra cui l’Istruzione, rendendo finalmente possibile una lettura più puntuale della formazione in Italia.

In questa sede abbiamo estrapolato solo i dati riferiti alla formazione scolastica dalle scuole secondarie di secondo livello fino alla formazione post-Laurea.

In estrema sintesi:

  • nei Licei la maggioranza è femminile mentre negli Istituti Tecnici e professionali è maschile;
  • nel periodo 2023/2024 sia nei Licei che negli Istituti Professionali si sono diplomate più femmine che maschi mentre la percentuale si inverte negli Istituti Tecnici;
  • più articolata risulta l’analisi delle lauree in quanto ci sono delle sostanziali differenze di genere sia in relazione alle discipline che tra Laurea di primo livello, Magistrale e Magistrale a ciclo unico (pag.25). Portiamo però in evidenza che, nell’ambito delle lauree triennali STEM, la maggioranza di laureati è costituita da maschi, mentre nelle magistrali a ciclo unico il dato si inverte con una prevalenza di femmine;
  • il tasso di occupazione post Laurea è articolato: a un anno dalla Laurea, per la maggior parte delle aree disciplinari, gli uomini hanno tassi di occupazione maggiori, raggiungendo il picco dell’88,1% nelle discipline STEM rispetto all’ 81,8% circa delle donne. A distanza di tre anni i dati migliorano per le lauree magistrali a ciclo unico nelle quali le donne raggiungono tassi occupazionali di poco più elevati degli uomini nella maggioranza delle discipline;

Nei percorsi post-laurea il genere femminile primeggia nei diplomi dei master di 1° e 2° livello, raggiungendo il 66,8% e il 60% sul totale dei diplomati. Nel caso dei dottorati, invece, i dati mostrano come a conseguire il dottorato sia il 48,5% delle donne del campione.

Il mondo del lavoro

Dando una sbirciatina al mercato del lavoro, il tasso di occupazione registra un divario significativo: solo il 52,5% delle donne risulta occupato, contro il 70,4% degli uomini.

“I NEET (Not in Education, Employment or Training): Il genere femminile risulta essere il più colpito in quasi tutte le regioni d’Italia.

Nello specifico, le percentuali peggiori si trovano in Sicilia con il 30,4% per le donne e 25,6% per gli uomini, a seguire troviamo Campania con il 28,5% per le donne e 25,4% per gli uomini, e Puglia con il 24,8% per le donne e il 19,8% per gli uomini. Da notare anche il dato sulle donne nel Molise che raggiunge il 22,0% e il dato sugli uomini in Sardegna che arriva al 22,1%. Questo fenomeno potrebbe essere legato a vari aspetti: il primo significativo potrebbe essere l’elevato tasso di abbandono scolastico italiano che nel 2023 è stato del 10,5% (comunque in calo rispetto al 2014 di circa 5 punti percentuali); il secondo potrebbe derivare dalla difficoltà di trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze e titoli.”

Possiamo dire, con un buon grado di veridicità, che se è vero che la formazione costituisce il territorio fertile su cui ridurre il gender-gap è nel mondo del lavoro che si ha necessità di un approccio culturalmente differente, superando gli stereotipi che impediscono alle donne il raggiungimento dei ruoli apicali.

Nonostante che in Italia la popolazione femminile (sia italiana sia straniera) sia più elevata della popolazione maschile, le donne hanno percentuali nettamente inferiori sia per i contratti di lavoro a tempo indeterminato sia per i contratti a termine. Diventa, quindi, verosimile pensare che ci siano altri aspetti concomitanti, come: la carenza di servizi all’infanzia; i servizi alla persona parziali o insufficienti; normative no-family che continuano ad individuare prevalentemente le donne come parte indispensabile del lavoro di cura; i limiti posti allo Smart-working, più praticato nel pubblico impiego ma molto meno in altre realtà, interpretato prevalentemente come uno strumento conciliativo vita/lavoro e, non ultimo, il sistema previdenziale che, nostro malgrado, avrà bisogno, in tempi non lontani, di un ripensamento generale in termini generazionali.


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